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Facebook è il nostro presente e potrebbe essere anche il nostro futuro.

Ma se così fosse, a che cosa andiamo incontro?

Il social network più popolare al mondo si è imposto in questi ultimi anni a suon di “mi piace”. Partendo dalla modesta mission iniziale (doveva rappresentare una versione online degli album di fotografie scolastici così popolari negli States) è diventato parte di noi, un amico da frequentare assiduamente, un posto dove è naturale e, per molti, essenziale esserci.

Un luogo da fiera delle vanità, anche, il paese senza confini abitato dai famigerati webeti citati da Enrico Mentana o dalle “legioni di imbecilli” identificate da Umberto Eco.

Nonostante tutto, è anche il contenitore di notizie preferito dalla maggiorparte degli utenti.

E non solo. Facebook si sta affermando sempre di più per quello che forse aspira a diventare: un fornitore di servizi a pagamento. In questo senso, non a caso l’azienda di Mark Zuckerberg punta con decisione sulla possibilità rivolta alle aziende di raggiungere un gran numero, immenso ma al tempo stesso ben definito, di potenziali clienti. Vuoi raggiungere 1000 persone interessate al tuo prodotto? Paga tot e vedrai. Vuoi inviare il tuo messaggio a 1 milione di persone nel target giusto? Paga di più e il tuo desiderio imprenditoriale sarà esaudito.

Chi sfrutta questa efficace e attraente forma di promozione digitale deve però sottostare alle regole del colosso mediatico made in Usa. Che si ispira a a volte a norme di buon senso universalmente condivise. E a volte un po’ meno. Fatto sta che non ammette deroghe. Fb stabilisce le regole e se ti stanno bene, ok, altrimenti niente da fare: è così e basta.

Il tono e le movenze sempre di più si avvicinano a quelle del Grande Fratello vaticinato da Orwell in 1984. Una allegra dittatura social. E non è un controsenso.

L’ultimo episodio fa sorridere ma inquieta anche il giusto. Succede che Elisa Barbari, giovane scrittrice bolognese che gestisce una pagina su curiosità e storie della sua città, decida di sponsorizzare la sua pagina e scelga come immagine ovviamente una foto del Nettuno, la statua simbolo di Bologna. L’immagine è presa dal basso, il Nettuno scolpito nel 1566 dall’artista fiammingo Giambologna non indossa veli. Secondo i giovani parrucconi di Fb si tratta di un’immagine con contenuti esplicitamente sessuali, di quelle “che generano reazioni negative negli utenti”. E dunque l’inserzione non s’ha da fare. E vergogna! “La decisione – spiega lo staff in una nota diretta all’incauta Elisa Barbari – è insindacabile e potremmo non rispondere a ulteriori domande su questa inserzione”.

Come spiegare a Fb l’intera storia dell’arte italiana? E soprattutto come insegnare una sensibilità, una cultura che magari diamo per scontata e che invece ingenera equivoci social?

Che poi – a parte che l’immagine censurata mostrava il Nettuno di spalle, quindi mostrando le terga – quelli di Fb affidano la moderazione dei propri contenuti in appalto. Società esterne che a loro volta girano il lavoro a freelance di tutto il mondo, certo non strapagati e certo non preselezionati. Insomma, la solita storia.

Nettuno dovrà indossare un bel paio di mutandoni… Una storia esemplare per quello che è il mondo social e quello che potrebbe diventare. Facciamo qualcosa per evitare il peggio? Mettete “mi piace”.

LUCA BORIONI

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