Gaffe, strafalcioni e figuracce. La comunicazione politica ai tempi dei social

Negli ultimi anni la politica italiana si è fatta notare a livello mediatico non soltanto per le sue impegnative strategie di governo ma, anche e soprattutto, per l’eco di tanti scivoloni, spesso amplificati dai social network.

Qualsiasi capo di partito che ambisca a vincere le elezioni, o qualunque politico assurto a cariche di governo, sa bene quanto curare la propria immagine a 360° sia fondamentale.

Esperti di comunicazione, massmediologi, consulenti di immagine sono divenute figure importantissime all’intero degli staff dei politici: servono per comunicarsi al meglio all’elettorato, sfruttando palcoscenici televisivi, social e qualunque altro spazio venga concesso nell’era del web 2.0.

I risultati? Talvolta disastrosi, perché se un tempo erano soprattutto i media tradizionali (quotidiani e Tg) a riportare le gaffe del momento, stemperandole nel tempo, oggi queste rimbalzano sul web attraverso meme, retweet, pagine Facebook, gif animate & co. amplificando a dismisura ogni possibile inciampo.

Qualche esempio? A Torino la sindaca del M5s Chiara Appendino è diventata protagonista di una serie di pagine satiriche: si va da Chiara Appendino che fa cose che si concentra sul lavoro politico della sindaca e della sua giunta, a Chiara Appendino proibisce cose che si concentra sui “proibizionismi”. Tra meme e sfottò, gli amministratori delle pagine passano in rassegna le decisioni più controverse della giunta pentastellata – dalla creazione dell’assessorato alla bicicletta nato dopo il recente bike-pride, all’ordinanza anti alcool che ha portato agli scontri di giugno in quartiere Vanchiglia; dalla scarico di responsabilità dopo i fatti di piazza San Carlo, alla concessione dei permessi per la realizzazione di nuovi centri commerciali sul territorio cittadino fortemente negati in campagna elettorale fino all’aumento dell’abbonamento per la sosta auto dei residenti, quadruplicata con un’ordinanza del 30 marzo e ora finita al Tar (alla faccia della necessità di ridurre le spese a carico dei cittadini). Chi di social colpisce, di social perisce. Eppure era stato proprio “internet” a lanciare il Movimento 5 Stelle, che aveva eletto il web a tribuna politica ed egualitaria in cui tutti gli aderenti avrebbero potuto votare programmi, candidati e dire la propria in virtù del motto “uno vale uno”. Sondaggi online spesso ribaltati dal fondatore Beppe Grillo, ma questa è un’altra storia.

Il web non perdona nemmeno quando si tratta di campagne di comunicazione (chi non ricorda il Fertility Day lanciato dalla ministra Beatrice Lorenzin nel 2016?), congressi e dibattiti pubblici. Talvolta basta un minimo errore di valutazione per decretare l’epic fail. Il recente convegno organizzato a Sulmona dal governatore dell’Abruzzo Luciano D’Alfonso, in quota Pd, dal titolo “Fonderia Abruzzo: laboratorio di idee nuove e visioni per il futuro” ha scatenato le critiche della rete quando, per proteggere i relatori – tutti uomini – dalla pioggia del mattino e dal sole del pomeriggio, sono salite sul palco sei ragazze a reggere ombrelli per tutto il dibattito. Subito ribattezzate le “ombrelline di Sulmona” come a fare il verso alle varie veline, letterine e meteorine della Tv. In un convegno in cui si parla di futuro, l’immagine che traspare è velata di spiacevole e anacronistico sessismo. A nulla è valsa la testimonianza postuma dell’ombrellina Daniela, che ha spiegato come l’iniziativa sia stata completamente volontaria da parte delle ragazze dell’accoglienza, mancando l’organizzazione di un piano B in caso di maltempo. Giustificazione che invece di tamponare, rende la cosa ancora più grottesca: possibile, ci si chiede sui social, che questa sia stata l’unica soluzione attuabile? Non sarebbe stato meglio sospendere semplicemente il dibattito?

Ai posteri l’ardua sentenza. Certo è che tra ombrelli, ordinanze mancate e assessorati fantasiosi, gli epic fail dei politici sul web non mancano e affondano radici in tempi lontani. Resta un gigante il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, che ha saputo fare della gaffe e del lapsus vera e  propria strategia politica: dalle corna nelle fotografie ufficiali, alle barzellette raccontate durante i convegni di partito, dall’abbronzatura di Obama ai nomi sbagliati dei capi di stato, dagli eccessivi complimenti alle donne fino al gioco del cucù con la Merkel, lasciata persino attendere durante il vertice Nato di Khel poiché impegnato al telefono. Ma non sono da meno le lacrime post riforma su lavoro e pensioni e i giovani “choosy” di Elsa Fornero; i “bamboccioni” di Tommaso Padoa Schioppa; il “giaguaro smacchiato” e le metafore fantasiose di Pier Luigi Bersani; il tunnel dei neutrini tra il Cern e il Gran Sasso di Maria Stella Gelmini; la casa “pagata a sua insaputa” di Claudio Scajola; ma anche la “cultura umanista”, “La Republica” con una sola “b” e l’inglese improponibile di Matteo Renzi – leggendario il suo “Shish”; il Pinochet dittatore del Venezuela anziché del Cile di Luigi Di Maio, i “migranti è gerundio” di Matteo Salvini e, ultimamente, il “Laurearsi dopo i 28 anni è da sfigati” del ministro del lavoro Giuliano Poletti; per non parlare degli errori di grammatica commessi su Twitter da Maurizio Gasparri e da lui spesso “scaricati” sui membri dello staff .

Il web non perdona: degli scivoloni commessi rimane memoria imperitura – un video, un meme, un link confuso tra le pieghe dei social, e alcuni politici si ricorderanno più le gaffe che non i discorsi seri, destinati col tempo a finire nel dimenticatoio.

Chiaro è, che tanti canali comunicativi differenti implicano una gestione e una specializzazione di staff tale per cui i componenti di tutti i settori devono sapere esattamente cosa stanno facendo i colleghi, prevenendo e prevedendo (se possibile) tutti i possibili inciampi istituzionali.

Anche se per il gaffeur involontario, spontaneo e impulsivo la miglior strategia comunicativa potrebbe a volte essere… il silenzio!

Erika Nicchiosini

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